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Ostuni
Febbraio 21 2024

La vendetta del Ragno nero

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Questo è il trentottesimo e ultimo racconto della rubrica “In altre parole.” Ringrazio chi mi ha ospitato, nonché la gentile lettrice e il gentile lettore per aver perdonato le mie tante debolezze. Il lavoro è dedicato agli artisti Kurt Busiek e Bill Watterson, con rispetto e ammirazione.

Le strade ribollivano di calore e di desiderio. Guenda, di solito più calma, era molto ansiosa. Parlava incessantemente nel bluetooth dell’automobile. Pietro teneva le mani, guantate di pelle viola, ben salde sul volante. Si sentiva calmo, nonostante mancasse poco, prima che il Ragno nero desse seguito alla sua terribile minaccia. Lui avvertiva il solito formicolio. Era certo che, anche quella volta, sarebbero riusciti a fermarlo.

Forse a conferirgli sicurezza era la silenziosa presenza di Quecog, il suo partner tanto abile nel combattimento. Mentre Pietro guidava verso la periferia della città, col sole che stava declinando verso ovest ammantandola di un violaceo crepuscolo, Quecog intagliava una nuova cerbottana, noncurante dei trucioli che cadevano sul sedile e sul tappetino.

S’era alleato con lui anni prima. All’epoca, lui e la sua cerbottana erano stati un formidabile avversario. Per un equivoco, il guerriero maori si era convinto che Pietro avesse fra le mani un importante artefatto del suo popolo, una piccola scultura di giada nera, che poi avevano ritrovato insieme. Quecog, anziché riprendere la nave mercantile per tornare in Nuova Zelanda, era rimasto con lui in città. Per quanto astemio, trascorreva parecchio tempo nei suoi caldi bar. Inoltre, era un grande apprezzatore della cucina di Guenda e Pietro, che, nel tempo libero, erano due gourmet. La donna continuava a parlare incessantemente tramite le casse dell’auto.

Pietro, la situazione è seria” disse Guenda. “La città non può permettersi un altro black-out. I generatori degli ospedali e delle scuole non reggeranno a lungo. Ci saranno grandi disordini. Un’ondata di caos travolgerà ogni speranza di vivere ancora in un consesso civile.”

Pietro strinse ancora più forte le mani sul volante. Sapeva che la situazione, almeno in parte, si era creata per colpa sua. In passato ci era andato troppo morbido col Ragno nero, ma aveva un codice etico, e ci teneva a rispettarlo.

Intanto mordeva la strada da più di tre giorni, disperatamente in cerca del covo del suo avversario, sempre ammesso che dirigesse le sue operazioni dalla città, visto che, cosa inusuale per un gangster vecchio stile come lui, adoperava una rete di hacker.

Pietro, in realtà, era una persona compassata. Amava sorseggiare tè verde mentre ascoltava dischi di musica jazz, preferibilmente con gli occhi ben fissi in quelli verdi di Guenda. Situazione che non si sarebbe potuta ripetere se non avesse risolto quel caso, perché per un bel po’, almeno di notte, nessuno avrebbe visto un bel niente.

Arrivarono alle soglie del cancello della centrale elettrica che, ancora per poco, emanava le sue luci. Quecog rimase in auto, per finire di intagliare il suo strumento di lavoro. Non amava la parte prettamente investigativa. In tanti anni aveva imparato poche parole, ma quelle necessarie alla sopravvivenza (sua… e degli altri).

I tecnici della centrale elettrica avevano un aspetto preoccupato, per non dire disperato. Lo accompagnarono fino a una sala computerizzata. Quando entrarono, il più grande di loro, un signore dall’aria calma, con la testa rasata, una grande barba grigia e Ray-Ban trasparenti, cominciò a prendere a sediate il pannello di controllo.

Il problema sono questi” disse, allargando la mano e rivolgendola platealmente all’apparato informatico. “Questi ormai comandano su tutto.”

Pietro aprì l’impermeabile viola, roteò il cappello a larga tesa che dimorava sul volto mascherato, e si sedette al tavolo della stanza.

Dovete mantenere la calma. L’intemperanza non porta a nulla. Quando è avvenuto l’ultimo attacco?”

Hanno provato a entrare nel sistema due ore fa” disse l’altro tecnico. “Siamo riusciti a respingerli, ma la prossima volta non saremo così fortunati.”

Così le altre centrali…” disse l’addetto che prima si era inalberato, e ora cessava lentamente di ansimare.

Attacchi hacker. Non è il modus operandi del Ragno nero. Mi chiedo perché abbia cambiato strategia.”

Per vincere, suppongo” gli rispose uno dei tecnici.

Pietro strinse i denti. Sapeva che su quel caso aveva tutti contro, dall’ufficio del sindaco alla stampa. Ormai i suoi giorni di gloria erano trascorsi. Il Ragno nero, invece, si era incarognito. Prima si limitava a rapine in banca e qualche piccolo racket. Si chiese cosa gli fosse successo.

Vorrei parlare coi vostri informatici.”

Impossibile, a meno che tu non sappia l’hindi.”

Cosa?”

Sono in India.”

Perché?”

Perché sono i migliori” disse uno dei tecnici. Poi, si corresse:

Sono i migliori che possiamo permetterci.”

Pietro sentì che la situazione stava scivolando dalle dita. Era convinto che gli informatici sarebbero stati in grado di suggerirgli la fonte degli attacchi.

Come te la cavi con l’hindi, Quecog?” chiese, appena fu tornato in auto.

Ugh” rispose lui, con uno dei suoi caratteristici monosillabi.

Guenda si ricollegò all’istante.

La centrale è stata un buco nell’acqua.”

Come fai a saperlo?”

Il Ragno nero ha cambiato modus operandi.”

Ne ho discusso poco fa.”

Dobbiamo capire il motivo.”

Non abbiamo tempo per un’indagine nella sua psiche” disse Pietro, infastidito dal tipico approccio della sua eterna fidanzata. Un approccio, per dirla tutta, decisamente femminile.

Ripensiamo a quello che sappiamo di lui” disse ancora la donna. Pietro se la poteva immaginare molto bene, mentre sistemava gli occhiali rotondi di metallo sul naso, portava una ciocca dei capelli biondi dietro l’orecchio e si dedicava a sfogliare un fascicolo sul tablet.

Amerigo Storti” disse, “alias, il Ragno nero. Criminale di piccolo cabotaggio, oltre che di bassa statura. Dieci anni fa stupisce il mondo con una spettacolare rapina ai danni della compagnia area Air-Magic.”

L’ho fatto incarcerare per quel colpo.”

Evade poco dopo grazie a complici che si crea all’interno e all’esterno del carcere. Lo chiamano il Ragno nero per le sue abilità nell’intrecciare relazioni vantaggiose nel mondo della malavita, e credo anche perché piccolo e scuro di carnagione…”

Guenda…”

Sì?”

Tutto ciò non ci sta portando a nulla.”

Vedo dal satellitare che ti stai dirigendo verso il mercato ortofrutticolo. Perché?”

Lì lavora un vecchio scagnozzo del Ragno nero, ora all’apparenza redento. Voglio parlare con lui.”

Uno scagnozzo ormai da tempo fuori dalla sua cerchia e probabilmente privo di informazioni utili. L’ultimatum del Ragno nero scade a mezzanotte. Il sindaco non cederà mai alle sue richieste. Sarà il caos.”

Per questo devo scoprire dove si trova.”

Uh” fece Guenda. “Questo è interessante. Amerigo Storti ha una figlia dal suo primo matrimonio.”

Perché dovrebbe interessarci?”

Devo fare ulteriori ricerche” disse Guenda, chiudendo all’istante la conversazione.

Pietro, in tutta onestà, fu lieto che la donna avesse deciso di occuparsi d’altro. Mancavano pochi minuti a un tramonto che avrebbe potuto annunciare una notte senza fine. Gli indizi erano pochi e le speranze di risolvere il caso assolutamente fievoli. Si rallegrò di ciò. Lavorava meglio sotto pressione.

Quecog si portò la cerbottana alla bocca e girò la testa, calva e coperta di tatuaggi, verso di lui. Anche lui era pronto.

 

Sapeva che non avrebbe dovuto dare retta a Guenda. Lo scagnozzo del Ragno nero, quello che lavorava al mercato ortofrutticolo e, all’apparenza, si era redento, aveva cantato quasi subito, forse anche perché Quecog aveva minacciato di aprirlo in due con la sua fiocina. Il maori era un uomo di poche parole e la sue minacce apparivano come del tutto credibili. Correva voce, negli ambienti della mala, che il Ragno nero in quei giorni operasse in un capannone del porto, non lontano dall’acquario. Pietro e Quecog corsero in auto.

Ho qualcosa sulla figlia del Ragno nero” disse Guenda nel bluetooth.

L’ho trovato. Non mi serve” rispose Pietro.

Forse ti interesserà sapere che…”

Pietro chiuse la conversazione. Guenda si sarebbe irritata per qualche minuto, poi avrebbe acceso il bollitore del tè e avrebbe piantato gli occhi in un microscopio.

Siamo quasi arrivati” disse Pietro, stringendo sul volante le mani guantate di pelle viola. Passò poi un dito sotto il contorno della sua maschera. Nessuno in città sapeva che, nella vita di tutti giorni, era un compassato ricercatore scientifico e giornalista freelance.

Grunt” fece Quecog che, nel frattempo, stava lucidando la sua nuova cerbottana.

Arrivarono al capannone in questione. Mancava poco a mezzanotte, quando il Ragno nero avrebbe dato seguito alla sua vendetta, spegnendo le luci dell’intera città.

Nessun uomo a guardia. Troppo semplice” disse Pietro “sento puzza di una trappola.”

Il capannone era perfino aperto. Entrarono con l’auto. Tutto intorno era oscuro, con pochi bagliori, scintille come di un flex nell’oscurità. Improvvisamente, si sentirono sollevare. Un ragno magnetico portava la loro auto verso l’alto. Sotto di essa, una vasca ribollente di squali e piranha. Pietro si chiese il perché di una trappola tanto complessa. Lui, al suo posto, avrebbe semplicemente crivellato l’auto di proiettili.

Le luci si accesero. I bagliori erano del Ragno nero che accendeva, soddisfatto il suo sigaro, circondato dai suoi uomini di fatica.

È la tua fine” disse, con quella vocina sottile che si sperdeva in quel grande spazio desolato.

Ora è un buon momento?” chiese Guenda.

Non proprio” rispose Pietro. Quindi, abbassò il finestrino.

Una vasca coi piranha? Da quando sei diventato così scenografico?”

Il Ragno nero aspirò divertito dal suo sigaro.

Non di darò modo di chiacchierare per guadagnare tempo” disse. “Calate l’auto” fece segno ai suoi scagnozzi, che eseguirono immediatamente.

Chiedile se sa dove si trova sua figlia” disse Guenda.

Cosa?”

Non mi sembra che abbiamo molte alternative.”

Pietro si passò una mano sul viso. Sperò che Guenda sapesse il fatto suo. Quecog era già pronto a balzare dall’auto per affrontare a corpo a corpo gli uomini del Ragno nero e fermare il meccanismo, ma era evidentemente sovrastato in fatto di numeri.

Dov’è tua figlia ora?” chiese Pietro al suo avversario.

Che c’entra mia figlia?”

Sai dov’è?”

Dove deve essere. Nella sua stanza, a studiare.”

Digli di provare a chiamarla” disse Guenda.

Perché non provi a chiamarla?”

Il Ragno nero sembrava stranito. Prese il cellulare e provò a telefonare. Si sentì uno squillo in un angolo nero del capannone. Da quell’angolo, emersero la figlia del Ragno nero con Guenda.

Papà, che stai facendo? Perché fai del male a quelle persone?” disse l’adolescente.

Il Ragno nero fece segno al suo uomo di fermare il meccanismo che aveva calato quasi completamente l’auto nella vasca.

Sara, non devi seguire gli sconosciuti…” disse, rivolgendosi con dolcezza alla figlia e spegnendo il sigaro.

Guenda mi ha detto tutto. Che ti vuoi vendicare della città perché non ho avuto la borsa di studio che mi spettava alla Trussard.”

Per te voglio solo il meglio…” disse il gangster, che non sembrava più interessato a quanto lo circondava.

Papà, Guenda è molto intelligente. Mi ha anche spiegato che non lo fai per me, ma per il tuo orgoglio ferito. Papà, voglio che ti fermi.”

Il Ragno nero asciugò del sudore che si era formato sulla fronte, quindi vide Guenda, gracile e indifesa (era dottoressa in biologia molecolare), autrice di tutto ciò. Digrignò i denti e fece per metterle le mani al collo, ma fu fermata da Quecog, che lo colpì al collo con una freccetta narcotizzante della sua cerbottana.

Poi fu problema di sopraffare la sua banda, ma ormai non avevano più un capo.

 

Un piranha aveva mordicchiato l’impermeabile di Pietro ed era riuscito ad arrivare fino alla carne dell’avambraccio sinistro. Un volta nella loro base fra le colline, Guenda si dedicò rammendare il braccio e il vestito, mentre Quecog si era rintanato nel solito angolo della stanza con la sua Bibbia.

Eravamo d’accordo che non saresti mai andata sul campo” disse Pietro.

Vi ho salvati” rispose lei, poggiando una garza bianca inzuppata di disinfettate sulla ferita del suo fidanzato.

Ahi.”

Non fare il bambino.”

Me la sarei cavata lo stesso.”

Come?”

Me la cavo sempre.”

Tranne quando non te la cavi” disse Guenda.

Tu fai la bambina. Devi capire che non tutto si può risolvere a parole.”

Metti questo, fra i gadget della tua cintura” disse lei, lanciandogli di malagrazia un rullino fotografico.

Pietro lo raccolse. Cercò di dimenticarlo. Poi, quando fu solo, prese la vecchia lampadina rossa e gli acidi per allestire una camera oscura e si dedicò a sviluppare le foto.

Frammenti della vita di Amerigo Storti, alias il Ragno nero. Lui con la sua famiglia, felice. Con la figlia a una tavola calda. Giocano fra la nevi. Lei che prova il violino, senza dubbio pensando alla sua audizione presso l’accademia Trussard, un posto di assoluto prestigio dove non aveva potuto accedere per via dei trascorsi criminali del padre. Il Ragno nero e la figlia che spegnevano insieme una bella torta di compleanno al cioccolato.

Avvertì una presenza dietro di sé.

Forse hai ragione Guenda. Dovevo provare a parlargli.”

Si girò. Era Quecog. Lo osservava in silenzio.

Vecchio amico… quasi ora di andare a cena. Cosa mi dici?”

Quecog annuì. Lasciò Pietro solo coi suoi pensieri e le foto.

Sapeva quello che Guenda e Quecog cercavano di fagli comprendere. Tutto quello che faceva non avrebbe mai riportato in vita suo zio Benny.

Calò la maschera. Infilò l’impermeabile. Indossò i guanti. La strada lo aspettava, ribollente di calore e di desiderio.

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Domenico Santoro
Domenico Santorohttps://domenicosantoro.art.blog/
Nato nel 1986 a Ostuni, dove risiede, laureato in scienze politiche e filosofia, scrive narrativa e poesia. Ha pubblicato poesie e racconti su la Repubblica (ed. Bari), A4, Grado Zero, Risme, Il paradiso degli orchi, Spore, L’ircocervo, Quaerere, Bomarscé, Voce del Verbo. Nel 2021 ha pubblicato un romanzo (“Il posto delle cose”) con Placebook Publishing. Il suo sito personale è domenicosantoro.art.blog.
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