Stati Uniti. Classe 1992. Lynx e Lamb Gaede in arte “Le Prussian Blue“. Occhi azzurri, capelli biondi, viso innocente, amanti della musica. Due ragazze come tante, starete pensando, se non fosse che si dichiarano filonaziste. Sono più e peggio di uno strano fenomeno musicale e, soprattutto, non sono sole. All’età di 14 anni indossavano magliette dove il vecchio smile giallo ha i baffetti neri di Hitler e loro lo inneggiavano come “uomo che non si sarebbe mai arreso”. Sono conosciute come.
“Le Prussian Blue”, che può sembrare romantico a tutti, almeno a tutti coloro che non sanno che è un soprannome: una specie di nome in codice dello zyklan B, il gas che si usava nei campi di sterminio. L’accoppiata lolita-nazi deve sembrare irresistibile, perché si sprecano i dettagli: sono bianche, orgogliose di esserlo e desiderose di “preservare la razza”. Niente scuola: l’educazione è stata impartita loro a casa, dalla madre, convinta segregazionista. Dall’età di 9 anni cantano e suonano per le bianchissime platee che accorrono ai festival nazisti americani e in tutti quei ritrovi dove si inneggia la purezza della razza, si nega l’Olocausto e si gioca con incredibile leggerezza con svastiche e croci celtiche.
Tutto ciò fa orrore alla luce di dichiarazioni e testimonianze che, a più di 70 anni dalla liberazione del campo di Auschwitz, sono arrivate fino a noi; riaffiora, inesorabilmente, cosa è stato e cosa ha rappresentato quel campo per quei terribili tre anni della sua esistenza. Il dolore non è comunicabile, “la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa”, queste le parole di Primo Levi che con un silenzio assordante raccontano dell’esperienza del dolore, dell’assoluto anonimato in cui erano relegati centinaia di migliaia di uomini dai quali sono emersi innumerevoli racconti: ognuno è testimone della stessa storia, ma col suo nome, cognome e con il suo essere, nella maniera più assoluta, non può essere ridotto a un numero.
I sopravvissuti ai campi di sterminio non sono riusciti e non riescono a riassumere quello che è accaduto nella Shoa, ma David Grossman ha detto “… deve restare per sempre muto, come una bocca aperta in un grido…”, come l’Urlo di Edvard Munch. L’impressionista nell’Urlo esprime il suo senso di smarrimento, la sua solitudine, il suo stato di malessere, come la Shoa urla il dolore, la sofferenza delle persecuzioni raziali subite dalla popolazione ebraica. I sopravvissuti, nel ricordare agli altri la loro storia, hanno recuperato la loro individualità affinché non se ne perdesse la memoria: dal giorno della loro liberazione non hanno mai smesso di rievocare la loro esperienza, al fine di mobilitare la coscienza di ognuno di noi.
Per natura l’essere umano riesce ad avere atteggiamenti indifferenti nei confronti di qualsiasi situazione, quella stessa indifferenza che ha permesso che si consumasse tanta crudeltà nei confronti di una minoranza. Indifferenza che ha preso piede in molti campi di concentramento e ciò è testimoniato dalle parole di Czeslaw Milosz: “quelle giostre piene di gente che volteggiava nel fumo del ghetto in fiamme lì accanto, non erano la dimostrazione di alcun antisemitismo, erano la completa indifferenza verso il destino dei propri vicini”.
Indifferenza che è il filo conduttore del sito delle gemelle sul quale è possibile acquistare un libro che nega l’Olocausto, oppure quello che propugna il “razzismo difensivo” bianco negli Stati Uniti. Tutto tranquillo e tutto legale in un Paese che vanta persino un Partito Nazista ufficiale.
Si può continuare per ore, saltabeccando a colpi di mouse da una vergogna all’altra, forse senza capire quanto sia popolare il fenomeno, ma di sicuro rendendosi conto, con un certo spavento, di quanto sia ampiamente condiviso, per quantità di siti, fenomeni, bibliografie filo-naziste, razziste e negazioniste, battaglie per la pulizia, purezza e – ovviamente – predominio della razza bianca.
Se da un lato troviamo Uomini e Donne che, soprattutto nel mese di gennaio, riaprono quei cassetti della memoria tenuti chiusi a fatica, medicano ferite che tornano a sanguinare, raccontano gli anni peggiori della loro vita per sensibilizzare nuove e vecchie generazioni; dall’altro esiste un’etichetta discografica che stampa e vende la musica delle gemelle. In tutto quello che sappiamo dell’America, brilla il concetto che gli affari sono affari. Ed è per questo che, oltre ai dischi delle Prussian Blue, potrete acquistare il “fantastico” videogame “ Ethnic cleasing”: tra ebrei, neri e chicanos, vincerà – manco a dirlo – la razza ariana.
Non è un caso se nel 75° anniversario della liberazione dai campi di sterminio si decida di parlare delle gemelle Gaede. In questo lungo arco temporale molte vittime delle pagine più orrende della nostra storia non sono più tra noi, ma hanno fatto in tempo a lasciarci testimonianze sulle quali dovremmo riflettere, interrogarci, imparare. Altri ancora si sono spenti senza lasciare alcuna traccia, sono andati via, in silenzio, con tutta la dignità che sono riusciti a conservare. Altri, nonostante abbiano raggiunto un’età importante, continuano con coraggio, caparbietà, orgoglio e rabbia a raccontarci del dolore che hanno provato, dolore con cui hanno dovuto imparare a convivere, che hanno dovuto accettare, prima, e provare a condividerlo, poi.
È proprio dagli Uomini e dalle Donne che sono ancora tra noi che dobbiamo attingere con delicatezza e amore ogni ricordo che ha caratterizzato la loro vita nei campi di sterminio. Non possiamo e non dobbiamo permettere che si spenga il fuoco sacro del ricordo. Solo attraverso una reminiscenza costante e veritiera potremo restituire dignità, identità, umanità a Uomini e Donne che hanno avuto il coraggio di continuare a vivere anche dopo le atrocità subite.
Arriverà il giorno in cui ci ritroveremo da soli, senza alcun testimone oculare. Abbiamo idea di cosa potrebbe succedere? A macchia d’olio potrebbero spargersi migliaia di gemelle Gaede che porteranno alta la bandiera del negazionismo: potremmo trovarci davanti a folle di esaltati che inneggiano alla razza pura, che negano l’Olocausto e venerano un uomo con i baffetti neri che non aveva né i capelli biondi, né gli occhi chiari.
Nella Città bianca la celebrazione della giornata mondiale della memoria, organizzata dall’assessorato alla cultura e dall’assessorato alla pubblica istruzione, avrà inizio questa mattina allo Slow Cinema con la proiezione del film “Train de vie”, riservata agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Nel pomeriggio la riflessione sulle atrocità compiute dal nazismo e dal fascismo avrà inizio alle ore 18 presso la Casa della Musica. L’incontro sarà aperto dai saluti del sindaco Guglielmo Cavallo, cui farà seguito l’introduzione storica a cura della prof.ssa Francesca Lopane. Seguirà la relazione di Benedetto Ligorio, docente dell’Università La Sapienza di Roma, a titolo “Ebrei e Neofiti a Ostuni e in Europa orientale in età moderna. Fonti per uno studio economico e sociale”. Letture e canti saranno curati dagli studenti del Liceo Classico A. Calamo.





